08 dic 2011


A pezzi: frantum-azioni dell'essere al MetaTeatro

Articolo di Manuela Rossetti ( http://www.klpteatro.it )
L'assenza di unità di una generazione in crisi. Disuniti nella comunicazione e nei rapporti interpersonali. La mente vacilla mentre il corpo sembra seguire tracciati preordinati, invisibili, quotidiani. Macchine automatiche in cui il pensiero molto spesso è dislocato dalla percezione integrale del corpo. Ci si sente "a pezzi". A pezzi, come in un negozio di bambole rotte, a volte impossibili da riparare. A pezzi come un negozio di macelleria, in cui ogni parte di carne ha un valore unico, solitario nel suo peso, privo di vita.

“A PEZZI. Un manuale di anatomia per le nuove (de)generazioni”, spettacolo dei giovani
Elisa Turco Liveri e Salvatore Insana, prodotto dal MetaTeatro di Roma, presenta la disgregazione umana tradotta in senso letterale. Il disgregarsi come condizione esistenziale attuale dell'essere e come frantumazione del corpo, del linguaggio, del movimento e della voce.
La prima rottura è quella visiva. Il buio si spezza lasciando spazio alle immagini video proiettate sul fondale e sulle due pareti laterali, costruendo un ambiente onirico e conturbante abbracciato dal sofisticato montaggio sonoro. Unico connubio nella vetrina di pezzi anatomici che viene mostrato già nella prima scena è quello tecnico: l'attrice-performer immersa in una scena digitale.
Il corpo denaturalizzato dell'attrice, che con grandissima padronanza si trasforma in bambola alla scoperta di un mondo che sembra non conoscere, si inserisce in una griglia digitale audio/video come fosse parte di essa, un pezzo tra i tanti. Un bambola danza in un percorso di vita in cui il corpo rimane dislocato dal cervello, dichiarando l'eterna impossibilità di unione. "E’ sempre la testa a rompersi per prima. Si stacca dal corpo, non trova più il suo posto - dice la voce off - Parte mancante, pezzo vacante, mina vagante, è sempre la testa a spegnersi per ultima".
Una gamba dopo l'altra avvia il suo viaggio. Tante gambe come le sue si muovono intorno a lei. Tanti piedi camminano solitari lungo strade invisibili. Un gamba dopo l'altra la conducono con fatica e difficoltà verso deboli luci, al centro del suo universo, tra mattoni e bambole frantumate. "Le gambe sono fatte per fuggire", racconta sempre la voce off, e su questa frase precipita improvvisamente il caos di luci, immagini, rombi e frastuoni.
La fuga è un pensiero che attanaglia l'essere meccanico, spaventa la bambola che desidera la vita fuori da ogni gabbia. Le gambe proiettate sfuggono alla presa della performer, scappano veloci e agili, volando in uno spazio irraggiungibile da chi ha un peso, inafferrabile per chi deve stare con i piedi per terra.
Mentre le gambe fuggono, le mani costruiscono, afferrano e giocano; gli occhi osservano, giudicano, amano, odiano; la bocca mangia e suona parole prive di senso, veloci e beffarde parti acustiche di una comunicazione umana assente. E così via. La mente, dall'alto ruolo che riveste, si fa da parte, non si mescola agli altri piccoli pezzi di un corpo controllato dalle sue pulsioni sensibili.
Lo spettacolo prosegue seguendo la linea di un distorto manuale d'anatomia che lascia trasparire una critica ad una società disumanizzata, ridotta in frantumi, in cui nessuno si incontra o comunica. Nulla di nuovo, insomma.
Più interessante si presenta la ricerca e il desiderio di sperimentare all'interno di questa tematica. La traduzione scenica presenta i germogli di un incontro proficuo tra il digitale e il corpo dell'attore, inserendosi a pieni voti in quella nuova fascia stilistica teatrale che va dai Muta Imago ai Santasangre.
L'attrice-performer Elisa Turco Liveri e Salvatore Insana, che si è occupato dell'elaborazione audio/video e della stesura dei testi, hanno dato vita ad un lavoro teatrale, seppure con punti ancora irrisolti di interazione con il digitale, di grande qualità poetica.

L'idea della frammentazione esistenziale, intima e sociale dell'essere umano viene espressa attraverso ogni elemento scenico, dal video all'utilizzo particolare della parola, dal suono al movimento dell'attore.
I testi, ripresi tra gli altri da Beckett, Barthes, Artaud e macellati per l'occasione, alternano una forte drammaticità ad una sottile ironia, giocano con le parole, soffermandosi sui luoghi comuni, sui modi di dire quotidiani, sviscerando il significato di ogni definizione talmente a fondo da farla implodere, destrutturata, ridotta a brandelli di suoni, per rendere anch'essa un agglomerato di pezzi. L'oggetto sta nel suo significato, ma se il significato si frammenta anche l'oggetto perde la propria definizione, rimanendo solitario, vacante, privo di ruolo e di valore. La parola si relaziona alle immagini e all'azione scenica in maniera simbiotica, l'una non esiste senza le altre.

In un moltiplicarsi di frammentazioni lo spettacolo chiude il suo cerchio: la bambola torna dove era nata, la scena si spegne lentamente, pezzetto dopo pezzetto, la voce off sfuma sulle parole "luogo ultimo, nero, vuoto, dentro, fuori, polvere"; la luce si trasforma in buio, mentre interviene un timido applauso.

Visto a Roma, Atelier Meta Teatro, il 20 maggio 2011